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L’origine della Festa della Madonna della Salute: una preghiera contro la Peste

 

 

Quando l’autunno ammanta Venezia, è tempo di vivere un’esperienza tra misticismo e folclore.

Si ripete da quasi quattro secoli e accade il 21 novembre.

Si rivive la processione cui partecipò, per tre giorni e tre notti, tutta la popolazione sopravvissuta all’epidemia che tra il 1630 e il 1631 aveva colpito la città.

La fede costituiva l’ultima speranza di proiettarsi in un futuro senza malattia.

Erigere un monumento per chiedere l’intercessione della Madonna nel fermare la peste, rappresentava un ex voto cui si attribuiva un valore taumaturgico.

 

La peste si placò.

 

Il 21 Novembre 1670 l’icona bizantina della Madonna Mesopanditissa (mediatrice di pace) fu collocata nella nicchia dell’altare della Basilica dedicata al culto mariano. La data venne scelta dal Senato veneziano perché corrispondeva nel calendario liturgico alla presentazione di Maria al Tempio.

Dal momento in cui arrivò a Venezia, la sacra immagine divenne per i veneziani il simbolo della guarigione e della salvezza: una popolazione decimata dal morbo invocava tutela della salute.

 

Iconograficamente è una Madonna Odegitria (οδηγός, odegós): una guida, colei che indica la via da seguire.

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L'icona bizantina della Madonna anche chiamata "Ipapantissa" cioè dell'incontro con Cristo

L’antica icona risale al XII-XIII secolo e arriva a Venezia già carica di un forte valore politico: davanti a quell’immagine, nel 1264, erano state raggiunte con l’Impero Ottomano le condizioni di pace che ponevano fine all’estenuante assedio di Candia (oggi Creta).
Fu Francesco Morosini, allora Capitan da Mar detto il Peloponnesiaco a portare con sé l’immagine sacra che volle rappresentata anche nel proprio stendardo devozionale.
L’icona rappresentava un trofeo ma anche la fine di quella grande epoca in cui Venezia era stata Trionfante e al centro dei traffici commerciali nel Mediterraneo.

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La Basilica della Madonna della Salute: un simbolo di gratitudine

 

 

Oggi la Chiesa della Salute si erge in tutta la sua monumentale bellezza sulla punta della Dogana da Mar, nel sestiere di Dorsoduro.

Credenti e non, compiono nel 2023 lo stesso pellegrinaggio di quei fedeli che li hanno preceduti quasi quattro secoli fa.

Un percorso nella città attraverso un ponte di barche che attraversa il Canal Grande da Santa Maria del Giglio alla Punta della Dogana, e poi un percorso all’interno della Chiesa per omaggiare l’icona bizantina che ritrae la Madonna nera.

 

Colpiva la città di Venezia la peste di cui narra anche Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi”. Il Doge fece voto solenne di erigere un monumento grandioso se la città fosse sopravvissuta al morbo.

Il progetto venne affidato al giovane architetto e scultore Baldassarre Longhena che progettò un edificio assolutamente nuovo rispetto alla chiese palladiane che dalla Giudecca e dall’isola di San Giorgio si affacciano sullo stesso specchio d’acqua.

 

L’edificio barocco rivestito di pietra d’Istria, con due cupole e due campanili, ha una caratteristica che lo rende originale: la pianta ottagonale.

L’ottagono è quella figura geometrica tra il quadrato, la dimensione umana, e il cerchio, la dimensione divina, che crea un luogo dove è naturale sentirsi protesi al sacro nel raccoglimento spirituale.

Questo impianto architettonico permette una nuova fruizione dello spazio dedicato al culto, poiché rende possibile girare attorno all’oggetto di devozione invece di osservarlo solo dal punto di vista frontale.

 

Nelle parole di Longhena l’ispirazione viene dalla Corona della Madonna:

“Ho formato una chiesa in forma di rotonda opera d’invenzione nova, et non mai fabbricata ninna a Venetia opera molto degna et desiderata da molti … che Dio Benedetto m’ha prestato di farla in forma rotonda essendo in forma di Corona per esser dedicata a essa Vergine”.

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L’evento come momento di condivisione e tradizione

 

Esiste una data a partire dalla quale si celebra a Venezia il rito sociale della cioccolata calda: il Ventuno Novembre è un momento di svolta negli usi e costumi in città. Da questo momento in poi l’appuntamento al Caffè Florian o in altri luoghi iconici della città per consumare una tazza di cioccolata calda è un classico da rispettare.

Altrettanto tradizionale è lo zabaione caldo. Uova e Marsala sono gli ingredienti base della bevanda calda che viene preparata in tazza con gestualità antiche al banco del Caffè Florian.

L’evento rappresenta un momento di gioia e devozione per la comunità veneziana, una celebrazione vissuta in modo profondo e sentito dai veneziani e da tutti i pellegrini che giungono da fuori per essere parte di questa esperienza collettiva che tocca le corde dello spirito e riaccende il senso di identità.

L’odore della cera sciolta delle candele si confonde nella memoria involontaria con quello della cioccolata o dello zabaione.

Dopo il pellegrinaggio al freddo e il momento di preghiera e gratitudine, si può diventare un po’ bambini: incontrarsi per bere una cioccolata calda è parte di un rito comunitario che abbraccia fede e tradizione in un momento di condivisione che regala gioia e un pizzico di piacere di gola.

CIOCCOLATA IN TAZZA

I festeggiamenti della Madonna della Salute prevedono anche la tradizionale cioccolata calda al Florian.

La ricorrenza oltre i confini e in angoli nascosti di Venezia

 

 

Teologia, antropologia e politica si incrociano in questo evento che ha portato per secoli le persone a riunirsi attorno all’icona della Madonna e a raggiungere la Basilica del Longhena per vivere un rito comunitario e sociale. La spinta della fede lega da sempre Venezia al culto di Maria, considerata origine della salute, come recita l’iscrizione nella Basilica:

Unde origo inde salus

(donde ha origine la salvezza)

Il culto della Madonna della Salute è nato come voto del Senato della Repubblica. Per tale ragione si celebra solennemente in tutto il territorio che fu della Serenissima, nel Veneto, in Friuli, Istria e Dalmazia.

Esiste però a Venezia un piccolo luogo segreto che cela il mistero della morte della Peste: il Sotoportego de la Peste.

Si tratta del passaggio che porta alla Corte Nova che è diventata una cappella dedicata alla Madonna della Salute.

Sul pavimento si può osservare un masegno rosso (il colore del lutto nel seicento).

Indica il punto esatto in cui la Peste si arrestò, risparmiando l’unica parte della città in cui non aveva falcidiato vite.

Come sa ogni buon veneziano, il masegno rosso, la pietra che fermò la peste, non va calpestato.

Le tradizioni e i festeggiamenti legati all’evento

 

Irrinunciabile il percorso gastronomico fatto di bancherelle che vendono zucchero filato e ogni sorta di coloratissima e dolcissima leccornia.

I bambini non vedono l’ora di farsi viziare con dolci e frittelle e di giocare con un palloncino colorato che ritrae uno dei loro amati eroi.

 

Esiste un connubio di gusto inscindibile dalla celebrazione di questa festa tradizionale: la Castradina con le verze.

Un piatto che si consumava a Venezia già nel XIII secolo e che ha origini dalmate e albanesi. La Serenissima si approvvigionava in quei luoghi prima di partire per le spedizioni commerciali verso Oriente. La loro carne essiccata era perfetta per resistere nei lunghi viaggi in mare.

La castradina è un cosciotto di montone salato, affumicato e poi essiccato al sole, usato per preparare una ricca e gustosa zuppa con l’aggiunta di foglie di verza.

La ritualità nella sua preparazione obbedisce a canoni antichi; il piacere di condividerla il giorno della Festa della Salute si rinnova puntualmente ogni anno.

De obligo su le tole, sia dai povaréti che dei siori, nobili o mercanti

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Cosciotto di montone castrato con le verze (Castraina co'e verse)

  • 800 g di cosciotto di castradina ( montone castrato salmistrato )
  • 1 kg di verza
  • 1 cipolla
  • 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva
  • Timo

Procedimento

 

Preparare la carne tagliandola a spezzatino, metterla in una pentola e portarla a ebollizione per tre volte cambiando l’acqua ogni volta, tranne che per l’ultima bollitura. Verrà conservata e usata come brodo.

Soffriggere la cipolla nel burro ed aggiungere la verza tagliata a julienne, farla cucinare fino a 3/4 di cottura.

Unire la verza alla carne e al suo brodo e completare la cottura.

Aggiungere a piacere un pizzico di timo.

Servire in ciotole di coccio con crostini di pane saltati al burro.

CIOCCOLATA IN TAZZA
ZABAIONE
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Il sotoportego Zorzi
stendardo morosini
altare
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